L’arte del digiuno

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Tutto è cibo, quante volte lo abbiamo sentito dire ?
Ci nutriamo di tutto: suoni, odori, colori, immagini, parole, sguardi, sentimenti, emozioni, pensieri, nostri e altrui, siamo immersi nell’Abbondanza. E forse dovremmo cominciare a ragionare in questi termini quando entriamo in relazione con il cibo, anche fisico.
Un Insegnamento di Saggezza ricorda che a certe altitudini il bisogno di mangiare diminuisce, l’atmosfera più raffinata e più ricca di quelle sostanze che, penetrando nel nostro organismo attraverso il respiro, gli danno l’energia necessaria ai suoi processi metabolici. Lo sa bene chi ha fatto scalate in montagna, chi ha partecipato a particolari spedizioni, chi ha risieduto per un certo periodo ad alte quote. C’è più energia con una minore necessità di incamerare cibo dalla bocca.
Non entro nel merito delle osservazioni più esoteriche che si possono fare, andrei incontro a critiche severe, come una volta avvenne quando un esperto chimico, dal suo legittimo punto di vista materialista, mi tacciò di ingenuità nel credere all’esperienza di soggetti che praticano il digiuno e non si nutrono secondo i normali criteri alimentari, pur mantenendo un buono stato di salute.
E’ successo quando ho incontrato una “fachiro” occidentale, Jasmuheen, di origine australiana, che ha praticato su di sé il digiuno come disciplina di vita, divenendo un caso interessante di studio per Medici di tutto il mondo. Quando, una decina d’anni or sono la incontrai, pensai fosse utile poter condividere questa esperienza, e scrissi un articolo su “la Sicilia” di Catania. In molte persone creò quella curiosità che le aiutò a vedersi non solo come “mucchio di carne organizzata”, in altri l’atteggiamento fu oppositivo di critica, forte in effetti era stata la provocazione. Qualcuno si premurò a scrivere una replica che rintuzzava il “caso”, adducendo logiche spiegazioni scientifiche. Peccato che il “caso” esistesse, che la signora non fosse una burlona, e che alcuni scienziati “creduloni” da allora studiano i fenomeni, inspiegabili per la maggior parte degli esseri umani, e certamente non applicabili a tutti, relativi alla possibilità di rimanere in vita anche senza nutrirsi attraverso la normale catena alimentare.
E’ comprensibile da parte di chi ha una visione materialista la difficoltà ad includere altre variabili nella sua concezione della realtà. Oggi esistono centri che praticano il digiuno terapeutico, esistono protocolli alimentari per pazienti affetti da malattie degenerative, o metaboliche, o neoplastiche che adottano forme di digiuno, comunque da effettuare sotto stretto controllo medico e non praticabili da tutti. Il digiuno, poi, non serve a dimagrire, e può essere una pratica che va condotta con molta delicatezza per non alterare i delicatissimi equilibri metabolici che regolano la nostra vitalità, e per questo va eseguito sotto controllo medico. Nei suoi primi libri, Jasmuheen descriveva la pratica di 21 giorni di digiuno che preparava il corpo a sperimentare altre forme di nutrizione. Dopo qualche anno, quando la incontrai, puntava di più sull’educazione nutrizionale, intendendola non in senso classico, dato che nel suo concetto nutrizionale ci sono mezzi quali la Respirazione, il Movimento, l’Arte, la Bellezza, la Meditazione. Invitava le persone a creare un contatto di coscienza con il proprio corpo, ad ascoltarlo, a percepire se fosse disponibile a nutrirsi integrando altri tipi di “alimenti”, attraverso altri mezzi appunto, e poi suggeriva un programma graduale che portasse l’individuo a procedere verso un nuovo percorso di consapevolezza nutrizionale.
La mia esperienza mi ha insegnato ad avere molto rispetto per coloro che nella loro esistenza hanno scelto di testimoniare delle esperienze nuove, specie quando la loro testimonianza non ha i contorni del fanatismo e dell’assolutismo. E ho imparato anche a non negare. Da brava ricercatrice cerco di lasciare che la mente sia aperta a tutte le possibilità. Così ci hanno insegnato i padri della Scienza, che hanno osato pensare al di là dell’evidenza. Dovremmo dunque avere più rispetto per il Nuovo, riconoscerlo, e senza paura comprenderlo, per potere poi manifestare i semi di una nuova era di possibilità per il genere umano. Invece di pensare al 2012 con lo psichismo della catastrofe o con un atteggiamento di rimozione, vediamolo come una possibilità di fare un salto di consapevolezza che includa altre sfere di comprensione. “Non di solo pane vive l’Uomo”.

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